La furia del Drago

Riproponiamo un’intervista apparsa sul Magazine Grace qualche anno fa, ma sempre attualissima viste le recenti dichiarazioni rilasciate da Sandro Munari ai microfoni di SaveLancia. Buona Lettura.

Dici Sandro Munari e pensi ai rally che furono. A tutte le imprese di cui il Drago di Cavarzere è stato protagonista negli Anni ’70. Quando correva, e vinceva, al volante di auto da sogno come Fulvia HF e la Strato’s. Già la Fulvia e la Strato’s; due modelli molto diversi tra loro, ma accomunati da quel marchio sul cofano che in quegli anni era sinonimo di rally e di successi, di imprese sportive e di vetture invincibili.

Un marchio che bastava nominarlo per far brillare gli occhi: Lancia. Marchionne, però, ha deciso che per Lancia non c’è più futuro. Non fa guadagnare abbastanza soldi, pare. La decisione presa dal grande capo di Mirafiori – c’era da aspettarselo – ha lasciato scontenti o sarebbe meglio dire sgomenti, i tanti appassionati che, memori di un passato glorioso, sportivo e non, vorrebbero veder tornare la Lancia ai fasti che furono. Ma torniamo a Munari. Cosa ne pensa lui, dell’imminente fine della Casa torinese?

MANCA LA PASSIONE

<<Marchionne sta commettendo un grande errore – dice -. E’ vero che le aziende si devono amministrare anche guardando ai conti, ma a me pare che a Torino, negli ultimi tempi, si siano fatte parecchie scelte sbagliate e che, una volta visti i risultati poco soddisfacenti che da quelle scelte sono derivati, si sia cercato di scaricare la colpa su altri fattori. Non ci si è accollati la responsabilità degli insuccessi. Ma si sono mai chiesti che cosa li ha portati a questo punto? Hanno provato davvero a salvare la Lancia?

Quando ho visto la recente operazione di rimarchiatura dei modelli Chrysler mi sono venuti i brividi. Sono sdegnato. La gente non è ottusa. Si vede lontano un miglio che quelle auto non hanno nulla a che vedere con lo stile e con la filosofia della Casa. Vincenzo Lancia, fin dall’inizio,  fu un grande innovatore. Lui, per primo, realizzò il ponte de Dion, ad esempio.  E lui per primo produsse un modello a scocca portante. Dov’è finita la spinta verso l’eccellenza durante la gestione Fiat? Dov’era la passione?  Sono davvero amareggiato. Io sono stato coinvolto nel progetto di quella Fulvia Concept che fu presentata nel 2003. Restarono tutti a bocca aperta. Era bella: moderna ma anche legata alla tradizione. Non se ne fece nulla perché non c’erano i soldi, dissero. E i soldi per gli sgorbi che hanno prodotto dopo? Mi rendo conto che non si può lavorare solo sull’emotività, ma l’emotività è fondamentale quando si parla di auto. Magari avevano le loro buone ragioni per non far uscire un modello come quello. Ma quelle buone ragioni sono rimaste nascoste. Resta il fatto che da allora nessun modello Lancia ha suscitato interesse come quella Fulvia. E poi non vengano a parlarmi di mezzi e disponibilità. Perché in Lancia non si è mai navigato nell’oro. Neppure con il reparto sportivo.”

 

VOGLIA DI VINCERE

Parliamo di corse. Il team Lancia, all’epoca di Munari, rappresentava il punto di arrivo per ogni pilota. Era ammirato e temuto da tutti gli avversari. Non era né il più grande né il più organizzato. Eppure vinceva. Tanto. Perché? <<Eravamo una squadra piccola – spiega Munari -, ma c’erano una coesione interna e una concentrazione assolute. Tutti, in Lancia, lavoravamo con un solo obiettivo: arrivare primi. Nessuno era abbastanza determinato. E così, ad esempio, con auto come la Fulvia, che poco poteva sia contro Alpine sia contro Porsche, ottenemmo successi che sono passati alla storia. Tra questi, il Montecarlo del 1972 fu grandioso. E pensare che l’anno prima, nel ’71, la Lancia aveva deciso di mandare in pensione la Fulvia perchè non vendeva più. Dopo la mia vittoria al “Monte”, però, l’interesse intorno al modello si destò nuovamente. Tanto che di 161.000 Fulvia Coupé vendute, 50.000 risalgono a dopo quella gara. L’auto, pronta a uscire di scena, fu prodotta per altri cinque anni>>.

 

UN FUTURO E’ POSSIBILE

Inutile negare, però, che oggi il panorama in cui il marchio Lancia si inserisce sia completamente diverso. C’è ancora futuro per la Casa torinese?

<<Sono sicuro di sì – spiega Munari -. Io vengo da una settimana in Giappone dove sono stato da un club di appassionati che festeggiava i vent’anni di vita. C’erano Strato’s, Fulvia, Delta meravigliose. E’ pazzesco pensare che dall’altra parte del mondo ci sia così tanta passione per la Lancia e noi, in Italia, non riusciamo a valorizzarla. Certo, le cose sono cambiate. Ci sono le sinergie, ci sono le economie di scala. Ma la colpa non è del poco fascino del marchio. La colpa è di Fiat. Guardiamo Volkswagen: la Casa tedesca è a capo di numerose case automobilistiche e su tutti i modelli che produce condivide tecnologie e componentistica. Ma il vestito, che è quello che conta , è diverso tra ognuna di esse. Così ci sono Audi, Skoda, Seat…Perché a Torino non riesce a fare lo stesso tra Fiat, Alfa Romeo e Lancia?  A Mirafiori si si è sempre mostrato poco interesse intorno alla Lancia. Per averne la prova basta vedere la cura, si fa per dire, con cui si conservano le vetture del passato. Se non ci fossero i collezionisti, tanti modelli storici sarebbero andati perduti. (…) Peccato>>.

Francesco Barontini

Intervista tratta dal magazine Grace/Classic & Sport Cars (numero 12/2012)

 

 

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